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Non si favorisce il lavoro femminile imponendo una certificazione, parla l’industriale Stefania Brancaccio.

08 Marzo 2023

Non si favorisce il lavoro femminile imponendo una certificazione, parla l’industriale Stefania Brancaccio

 

Il nuovo codice degli appalti pubblici, la cui bozza è al vaglio del Parlamento, ha ricevuto nelle scorse settimane le critiche di alcune organizzazioni femministe che ritengono intollerabile la trasformazione da obbligatoria a facoltativa della norma PdR 125 conosciuta come certificazione di genere, che prevede una quota del 30% riservata alle donne nell’esecuzione dei contratti relativi ai bandi del Pnrr e del Pnc.

Un requisito, quello della riserva del 30%, che molte imprese, soprattutto quelle del settore delle costruzioni, faticano a rispettare. Secondo alcune rappresentanti di associazioni del mondo femminile rendere facoltativa la norma segnerebbe un passo indietro rispetto alla conquista della parità. Non la pensa così Stefania Brancaccio, donna, industriale e cavaliere del lavoro, presidente del Comitato imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Napoli nonché del movimento donne dell’Ucid (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti).

La sua azienda, la Coelmo Spa, è stata tra le prime aziende in Italia a certificarsi nell’ottica della parità e a contraddistinguersi per un codice valoriale molto netto: equa retribuzione tra uomini e donne, conciliazione lavoro-famiglia, assenza di comportamenti violenti o coercitivi, pari diritto alla conoscenza e alla crescita professionale dei lavoratori e delle lavoratrici. L’abbiamo intervistata per L’Occidentale.

Dottoressa Brancaccio, il mondo femminista è sul piede di guerra

Guardi, noi siamo stati i primi in Italia a certificarci nell’ottica di genere, quando iniziai a battermi per la parità delle condizioni lavorative fra tutti i dipendenti, qualcuno mi disse che avremmo chiuso. Oggi la Coelmo, in termini di valutazione del BESt Work Life, cioè i parametri che determinano se un’azienda fa del benessere dei lavoratori un punto di forza, ha ottenuto un punteggio di 7,1 su 10 e siamo ormai una multinazionale con sedi in Medio Oriente. Mi lasci dire però una cosa.

Prego

Non si favorisce il lavoro femminile imponendo una certificazione, tantomeno negli appalti pubblici dove rischiamo di subire un boomerang in termini di ricorsi, un contenzioso che finirà per compromettere il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr. L’occupazione femminile si favorisce con la cultura, lo sviluppo e la diffusione di buone pratiche, accompagnando le aziende a scoprire il ruolo fondamentale che le donne possono svolgere in ogni ambito, valorizzando le componenti maschile e femminile nelle rispettive peculiarità e garantendo le stesse condizioni di partenza a tutti i dipendenti, senza discriminazioni.

Quindi lei è favorevole alla modifica prevista dalla bozza del nuovo codice?

Le dico che c’è un problema oggettivo, noi oggi abbiamo grande difficoltà, specialmente in alcune regioni d’Italia, a trovare laureate in materie STEM, in certi settori si fatica a trovare le professionalità adatte. Per questo insisto che bisogna intervenire sulla cultura e gradualmente, con un impegno quotidiano. Altrimenti ci troveremo aziende che assumeranno strumentalmente donne per aderire alla premialità prevista dalla norma, ma che non si impegneranno davvero a garantire a queste lavoratrici una occupazione stabile e adeguata. Per cui le dico che questa modifica nel codice è necessaria, negarlo è ideologico. Significa non conoscere i problemi delle imprese e del lavoro.

Cosa può fare la politica per favorire davvero il lavoro femminile?

Serve una grande azione congiunta, che deve vedere insieme il decisore pubblico, la società civile, le imprese, il mondo dell’istruzione e della formazione, il mondo della cultura. Le sfide sono chiare: occorre favorire l’empowerment femminile rispondendo anche ai problemi concreti che vivono le donne, fra questi una delle questioni irrisolte è la maternità, su cui noi imprenditori abbiamo molta responsabilità. Io ho detto sempre alle mie dipendenti che non voglio le “o” ma le “e”: madre e lavoratrice. Fare un figlio per una giovane donna è il miglior master, le donne che mi rientrano in azienda dopo una maternità sono più forti, più determinate, più resilienti. Dobbiamo dire alle ragazze di non avere paura. E dobbiamo investire di più in infrastrutture, welfare e modelli organizzativi che aiutino le donne a conciliare vita e lavoro.

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